“Donne!!! E’ arrivato lo smart working. Opportunità o trappola?"

Il nuovo libro della giornalista e anchorwoman Simona Branchetti

Di Silvia Rosati

Simona Branchetti

Lo smart working è entrato nelle vite di alcuni di noi in modo improvviso, rapidissimo e in un contesto difficile, rendendo tuttavia più accessibile il mondo del lavoro ad alcune donne e apparentemente semplificando loro la vita. Ma le cose stanno davvero così? Di questo tema si è occupata la giornalista e anchorwoman Simona Branchetti nel suo libro “Donne!!! E’ arrivato lo smart working. Opportunità o trappola?”, facendo il verso al famoso richiamo dell’arrotino al quale eravamo abituati fino a pochi anni fa.


Com’è nato questo titolo?

L’arrotino era il tuttofare che risolveva i problemi in casa, allo stesso modo in cui lo smart working prometteva di risolvere i problemi delle donne permettendo loro di conciliare vita professionale e vita privata per raggiungere il “work life balance”. In queste promesse, lo smart working sembrava riservare solo opportunità, ma il rovescio della medaglia è arrivato ben presto, mettendo in campo anche diverse trappole e tutte le problematiche che il lavoro da casa comporta. Essendo una soluzione improvvisa e improvvisata, si è trasformata in extreme working perché le donne si sono trovate a sobbarcarsi un sovraccarico di lavoro anche a causa dell’inesistenza di strutture di supporto e di servizi, come per esempio un sufficiente numero di asili.

Quindi possiamo definirlo opportunità o trappola?

L’opportunità è sotto gli occhi di tutti: le donne non devono più scegliere tra carriera e vita privata, anche se lo smart working non può rappresentare la sola strada possibile. Comunque per beneficiarne, è essenziale non essere tagliate fuori dall’evoluzione della tecnologia e conoscere i social, gli strumenti delle videocall e le opportunità che offre il web. Oltre a questo, le donne devono essere pronte a gettarsi in professioni considerate non squisitamente femminili, ma questo è anche ora che avvenga. Si pensi all’assenza di donne nello studio delle discipline STEM (acronimo di Science, Technology, Engineering, Mathematic) fino a oggi appannaggio quasi esclusivamente maschile.Questo può essere dovuto a una bassa aspettativa da parte di alcune figure di riferimento dell’infanzia, come genitori e insegnanti, a una scarsa presenza di modelli femminili nelle materie STEM perché considerate “materie da uomini” e infine l’impressione di dover poi entrare in un mondo del lavoro non inclusivo per una presenza femminile.

Quali sono le trappole?

Una delle trappole è la necessità di vivere in un appartamento in cui è possibile lavorare. Ho intervistato una professoressa che ha la fortuna di vivere in una casa a tre piani con un computer per ciascun membro della famiglia. Ma da insegnante ha dovuto imparare a tenere le lezioni in streaming tenendo alta l’attenzione tra ragazzi che si distraggono facilmente, con i genitori pronti di continuo a intervenire. Ho intervistato anche un’altra giovane donna che invece vive in 70 metri quadrati con marito e due figli e che per lavorare deve chiudersi nella stanza di uno dei suoi bambini, oppure alzarsi alle 6, sperando che tutti dormano fino alle 9 e facendo più silenzio possibile. Lo smart working ha posto il problema della riorganizzazione degli spazi in casa, come sostiene un altro intervistato, l’architetto Piero Lissoni, per chi si è dovuto trovare un angolo-scrivania, appartato o comunque autonomo. Per questo è stato una rivoluzione con luci e ombre che ci ha costretto a cambiare abitudini e ritmi della vita professionale, ma anche familiare.

Sono cambiate le regole in casa? Si è affermata una maggiore parità tra uomini e donne?

Direi di no, anzi lavorare da casa ha evidenziato ancor più la disparità tra uomini e donne: queste ultime, in piena emergenza, sono state chiamate a essere sempre più multitasking, spesso oberate di impegni sia lavorativi che domestici. Vedendole a casa, i familiari si sono sentiti in diritto di chiedere moltissimo sotto il profilo della gestione casalinga. Per questo, in molti casi, prendersi cura dei figli, degli anziani, dei compagni, oltre che della casa, costituisce un vero e proprio secondo lavoro che impiega le donne una media di 28 ore a settimana senza che vengano loro riconosciute, ma che sottraggono tempo ed energie alle loro professioni principali. Si tratta di un carico di attività quasi esclusivamente femminile che spinge una donna su tre ad abbandonare il lavoro dopo la nascita del primo figlio. Questo avviene anche perché mancano adeguate strutture di supporto sociale che mi auguro verranno messe in campo grazie all’impiego del Recovery Plan. Siamo oggi di fronte a un’occasione imperdibile, in cui emerge quanto lavorare per una donna sia fondamentale per uscire da un meccanismo di subalternità psicologica che ancora domina la quotidianità dei rapporti con gli uomini, nella vita privata e di riflesso nella vita professionale. È questo ciò che è emerso lavorando da casa: essere indipendenti economicamente è la via della vera emancipazione delle donne che permette di poter scegliere anche di liberarsi dalla violenza domestica.

Come si raccontano le donne nel tuo libro?

Le donne si sono divertite a raccontare con ironia la loro “disperazione quotidiana” mettendo tuttavia anche in luce aspetti positivi di questa modalità di lavoro che non conoscevamo: lo smart working può offrire la possibilità a tante di rimettersi in gioco. Come raccontano loro stesse, mentre rispondono al telefono al capo o scrivono mail urgenti, spesso si ritrovano a stendere i panni o stirare con il collo piegato sul cellulare. Classica la scena in cui, durante le videocall, appaiono bambini che si affacciano facendo cucù.

Con quali strumenti?

Internet e la digitalizzazione sono delle occasioni per inventarsi nuovi lavori e nuovi profili professionali per essere indipendenti. Lo smart working è un’opportunità per tante donne di trovare nuove skill. Ci sono tantissimi corsi on line per fare formazione senza dover percorrere ore di traffico o chilometri di distanza, stando con la propria famiglia. Il tasso di occupazione femminile è del 50% al Nord e del 30% al Sud. Per le donne può essere quindi l’occasione anche per trovare lavoro senza lasciare le proprie regioni d’origine.

Perché hai scritto un libro sullo smart working? Come è venuta l’idea?

Per lavoro avevo molte notizie di quanto lo smart working avesse modificato le nostre abitudini quotidiane. Anche noi giornalisti ci siamo ritrovati a montare i servizi da casa. Ho pensato al libro sin da metà agosto, sia perché sono molto attenta alla causa femminile, sia perché avevo molte amiche di età diverse che vivevano la mia stessa esperienza. Ho iniziato a scrivere i loro racconti, estendendo il numero delle testimonianze a tante altre, comprese dirigenti d’azienda e alla dottoressa Crespi direttrice dell’Osservatorio sullo smart working del Politecnico di Milano.

Hai dei consigli sul comportamento migliore da tenere quando si lavora in smart working?

Nel libro ho descritto un piccolo decalogo di sopravvivenza allo smart working, come per esempio il bonton per entrare nelle videocall, a microfono spento per evitare di condividere con gli altri i rumori che ci circondano, vestirsi sempre anche dal busto in giù, evitando tute o pigiami perché l’imprevisto è sempre in agguato e potrebbe succedere di doversi alzare dalla sedia magari per aprire la porta di casa, darsi degli orari per non subire l’overworking, affermando il diritto alla disconnessione. Il rischio dello smart working è infatti quello di dover lavorare molto di più perché a casa il tempo si dilata e si pensa di avere a disposizione l’intera giornata. In teoria lo smart working nasce con l’obiettivo di recuperare tempo per sé. Quindi dobbiamo dedicare più tempo a noi stesse nella speranza che presto ci saranno aggiustamenti che possano migliorarne le regole.

Vedi altre trappole nell’impiego dello smart working?

L’assenza di socializzazione, tanto che in Finlandia, primo Paese in cui è nato, si sta tornando progressivamente al co-working per migliorare la socialità. Anche il rapporto umano è infatti essenziale.

Cosa ci suggerisci come “morale dello smart working”?

Attenzione a non farlo diventare una trappola: se possiamo risparmiare due ore di traffico, dedichiamoci del tempo, facciamo ginnastica, leggiamo un libro, stiamo con i nostri familiari e genitori, viviamo quello che lavorando fuori casa non avremmo il tempo di poter fare: le cose che ci più ci stanno a cuore.