A un passo dalla storia

Gli scavi di Portus sono a un passo dall’aeroporto ed è in quest’area archeologica che si sono svolte molte delle iniziative di “Navigare il Territorio”

La redazione

 

Veduta dall’alto del porto esagonale

 

A qualche centinaia di metri di distanza dall’aeroporto di Fiumicino, dove oggi regna una natura lussureggiante, un tempo c’era soltanto mare; la strada che collega Fiumicino con Ostia era l’antica linea di costa. Al posto della coda di macchine del ponte della Scafa, soltanto acqua. Nel corso dei millenni, il Tevere ha portato i detriti che hanno ricoperto la superficie dell’acqua, fino a dare al territorio l’assetto che noi conosciamo.

La zona archeologica di proprietà demaniale non comprende tutta Portus che per metà è ancora privata.

Entrare nell’oasi di Porto è come varcare il confine con un universo parallelo al nostro. Ci si lasciano alle spalle i suoni e i ritmi caotici dell’aeroporto, almeno come li ricordiamo fino a pochi mesi fa. Siamo a pochi metri dalle piste, la storia si è data appuntamento in questo crocevia un tempo di navi, oggi di aerei. Per questo, facciamo un balzo indietro nel tempo e arriviamo al primo secolo dopo Cristo e all’imperatore Claudio. Roma era una città che contava ormai un milione di abitanti, vi era la necessità di approvvigionarli in tempi celeri, che soltanto viaggiare per mare poteva consentire. Ma Roma non aveva porti, tranne Ostia, un piccolo scalo fluviale che non avrebbe potuto accogliere grandi navi onerarie cariche di grano. Per consentirne l’attracco, la sola possibilità era di farle arrivare a Pozzuoli, ma poi la strada per raggiungere Roma richiedeva giorni preziosi di viaggio. Nel frattempo, si scatenavano le carestie e le epidemie tra la popolazione.

L’imperatore Claudio fece così costruire per la città di Roma un primo porto, di cui un braccio correva lungo l’attuale via Portuense e l’altro arrivava fino al museo delle navi, a formare una grande tenaglia, che chiudeva il più ampio tratto di mare fino ad allora conosciuto. Il porto venne inaugurato da Nerone nel 65, ma l’assetto della struttura non si rivelò all’altezza del compito: le navi s’incagliavano prima di raggiungere l’attracco perchè i due moli erano troppo lunghi e, costruiti direttamente in acqua, non proteggevano le imbarcazioni. Fonti storiche documentano una tempesta che distrusse 200 navi. Inoltre, la sabbia continuava a depositarsi nel fondale.

Per arrivare al vero porto di Roma, si dovrà attendere Traiano, che fece costruire, tra il 112 e il 116, un’enorme vasca esagonale nell’entroterra, raggiungibile attraverso l’imboccatura del porto di Claudio. Le navi dovevano seguire un percorso obbligato, che veniva continuamente dragato e pulito, mentre il resto del porto venne adibito ad area di pescaggio. Le navi scaricavano la merce, sistemata poi sulle chiatte fluviali trainate dagli animali e risalivano il Tevere attraverso la fossa traianea, un braccio artificiale del fiume. In tre giorni raggiungevano così il porto di Testaccio. Le navi portavano carichi di grano, ma anche marmi, legname, animali, schiavi, oro, argento, stoffe, pellami.

La merce in attesa di essere imbarcata, veniva conservata all’interno di magazzini, resi impermeabili all’umidità con la costruzione di un doppio pavimento, all’interno del quale venivano posti muri paralleli, per creare un’intercapedine.

Le operazioni di scarico in realtà non avvenivano all’interno dell’esagono, bensì nel braccio a esso antistante, chiamato “darsena” perché in precedenza si pensava fosse un cantiere navale. In realtà, le navi onerarie scaricavano qui la merce che veniva imbarcata sulle chiatte “caudicarie”, che la portavano alla volta di Roma.

La suggestione di questo luogo è tale che non è difficile immaginare la folla di centinaia di anni fa aggirarsi per le strade lastricate del porto, entrare e uscire dai colonnati che guidavano i loro passi, sostare alle terme del luogo, numerare i magazzini per facilitarne la contabilità. Uno reca ancora la scritta in rosso XIID, a indicare il dodicesimo magazzino della fila D o forse il magazzino 492. La popolazione era costituita per lo più da manovalanza e si dovrà arrivare a Costantino nel IV secolo per avere la vera città Portus Romae, giunta al massimo splendore.

Con la stessa approssimazione, si può datare all’VIII secolo l’abbandono progressivo del porto: in quest’epoca, infatti, gli abitanti, a causa dell’avanzamento della linea di costa, iniziarono a usare la fossa traianea, ma i detriti continuarono ad aumentare e la terra di riporto, mischiata all’acqua, iniziò a dare vita alle paludi e alla malaria, con il conseguente, definitivo abbandono nel XII secolo.

Il porto aveva un faro immenso, visibile a distanze notevoli. Per secoli, la sua collocazione è stata un mistero, finchè, ricostruendo correttamente l’estensione delle braccia del porto, è stato ritrovato in corrispondenza di via Coccia di Morto, sotto quello che oggi è un’autodemolizione, in prossimità della pista 1 dell’aeroporto.

Il faro venne costruito su una vera e propria isola artificiale con la duplice funzione di sorreggerlo e di proteggere la bocca del porto, separandone i due ingressi principali. Per costruire l’isola artificiale venne usata la gigantesca nave di Caligola, giunta da Pozzuoli nel nuovo porto marittimo di Roma ancora in costruzione. Era talmente grande da occupare buona parte del lato sinistro del porto stesso. La nave venne affondata a beneficio del porto con un  carico di pozzolana. Il faro era uguale a quello di Alessandria d’Egitto, con cui Portus era gemellata.

L’imperatore stesso soggiornava a Portus prima  di imbarcarsi per mare, in attesa del momento più favorevole per la navigazione. Accanto al porto, si ergeva un sontuoso palazzo imperiale, in cui esisteva un salone dalle 100 colonne.

Oggi vediamo il nostro bellissimo aeroporto che si è sostituito al crocevia di navi e commerci, gli aerei al posto delle barche, ma la vocazione resta la stessa: il viaggio e lo sviluppo economico che questo permette.

 

Gli scavi dell’Oasi di Portus